Mostra Personale a Palazzo Barberini – Roma

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A Palazzo Barberini i verdi di Jannitti

Pubblicato da DINO SATOLLI

Tratto dall’Osservatore Romano – Aprile 1982


Quattro o cinque carretti campagnoli, alcuni anche rotti e malandati, hanno rasserenato l’animo di coloro che nei giorni scorsi hanno raggiunto le sale dei Palazzo Barberini per visitare la personale di Mario Jannitti, qui allestita nel quadro delle manifestazioni culturali, organizzate per la corrente stagione. C’era una certa attesa per questa rassegna, dovuta a due motivi: vedere se ancora una volta Jannitti fosse riuscito a mantenersi fuori dalle mischie di qualsiasi genere, per difendere la sua serenità quasi olimpica e ‘controllare’ quei suoi verdi tenui ed originalissimi, dei quali ama servirsi per raccontare deliziose pause campestri. L’artista vive e si esalta nel paesaggio il cui carattere fondamentale è la bontà. Sembra quasi che tra i due si sia stabilita una singolare simbiosi ove le quantità nel dare e dell’avere sono quasi sempre in perfetta parità. Jannitti si confida ai suoi verdi, grato per il tanto che gli danno ed immemore – forse soltanto apparentemente – di quello che ricevono. E d’altra parte lo fa del tutto privo di preoccupazioni. Egli osserva il paesaggio in letizia ed in letizia lo trasmette agli altri, nella certezza che lo accolgano con lo stesso animo. E ciò avviene puntualmente, cos’ che una sensazione di particolare serenità raggiunge chi guarda, donandogli momenti di larga distensione. Si finisce quasi per concludere che quello, e proprio quello, è il paesaggio cercato, ove poter incontrare il riposo che altrove sfugge sempre per qualche motivo imprevisto. Ed i verdi guiocano un ruolo di notevole importanza in questa pacificazione dell’animo, che peraltro ogni giorno diventa più difficile. Singolare colore il verde, che non ha mai una precisa -paternità-. Nasce da incontri improvvisi, spontanei e no per offrirsi ai vantaggi del riposo, o più precisamente del'”ozio”. Forse potrebbe essere di qualche interesse, ricercare, nella “Teoria dei colori” di Goethe, non tanto le origini fisiche ma quelle metafisiche del verde. Allora, probabilmente, potrebbe accadere di scoprire almeno alcuni dei kotivi che nella pittura di Jannitti, accolgono e retituiscono distensione e speranza. Ed anche quei carretti campestri abbandonati in mezzoa d un paesggio assolutamente solitario, tornano ad essere i migliori compagni di qualche meditazione, che altrove non troverebbe forse possibilità di indugio. E in quel paesaggio sano, in cui prevale ancora il rispetto di noi stessi e dei nostri sentimenti, anche se a volte ombreggiano da qualche punta di malinconia, il tempo si stempera in una rinnovata professione di speranza. Il che è un  grande merito della pittura di Jannitti, in mezzo alle disperate lande nelle quali, purtroppo, si sperde il nostro nomadismo odierno.