Il registro lirico di Jannitti

image_pdfimage_print

Il registro lirico di Jannitti

Espone in questi giorni a Roma, nell’Ex studio del Canova, un noto pittore di origine pugliese che opera prevalentemente a Roma: Mario Jannitti. Tempo fa, recensendo una sua personale, facevo riferimento alla vena paesaggistica di Amerigo Bartoli; e per la freschezza del suo dettato pittorico e per la digniità formale, che risolve il dato evocativo ,senza compiacimenti supplementari, in una sintesi di castigato idillio, quasi al limite dell’allusività memoriale. In effetti, davanti a queste campagne assolate, a questi boschi, ad un Carretto abbandonato o ad un Panorama verso Pietrasecca ,si ha la sensazione di un en plein air che sia rivissuto nel silenzio complice dell’atelier. Per farne motivazione interiore, stimolo d’immaginazione di transfert sentimentale. Sicché la pittura di Jannitti, nella quale gioca un suo invidiabile ruolo la migrazione della luce, accarezzando e scaldano gli alberi, le case, le radure e le strade campestri, è del tutto libera dalla passività dell’iterazione: è un canto dal mutevole timbro ma che conserva, come referente primario, la sincerità dell’emozione. A chi sappia guardare senza pregiudizi non potrà sfuggire, peraltro, l’attualità di un corredo linguistico che, pur accampandosi nell’area della tradizione cosiddetta realistica, propone tuttavia non pochi umori contemporanei che concorrono a determinare, sul flusso delle rispondenze oggettive, un’estetica dell’immagine.
Come dire un risultato d’arte che esclude il negativo della sudditanza alle fonti. Non rinnegare il visibile non significa, per Mario Jannitti, ripeterne asetticamente la vicenda sensoria; egli ha sempre cercato, d’istinto, i supporti significanti, il referente sostanzìale. Per queste può consìderarsì un pittore autentico, che percorre una sua via libera e pura. Non in compagnia di fantasmi, ma di vere e intramontabili presenze. Ricostituire il dialogo con il paesaggio, che è stato interrotte o radicalmente viziato dal moderno concettualìsmo, vuol dire per Jannitti ritrovare la capacità e la felicità di un ancoraggio incontaminato. E credere, dunque, in una pittura riconsegnata all’uomo. Come messaggio morale e poetico rifugio.


Pubblicato da Renato Civello

Tratto dal giornale Il secolo d’Italia – 14 11 1991