Il lirismo Elegiaco di Mario Jannitti

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Il Lirismo Elegiaco

Scena Illustrata Ottobre 1979

pubblicato da Renato Civello


E’ risaputo che il rischio maggiore, per i pittori di paesaggio, è quello di una servitù accademizzante agIi archetipi del mondo sensibile più logorati dalla usura dei rapporti epidermici, accattivanti, nell’alveo di un antico e mai tramontato naturalismo di maniera che non ha nulla da spartire con la cultura classica. Ma non meno grave l’opposto pericolo dell’intimismo quasi sempre contrassegnato da penose forzature dell’emozione sull’incidente fenomenico, e della cosiddetta ricerca sperimentale, che vanifica ogni spinta creativa nel tentativo di una “reinvenzione” crittografica del reale, di necessità vuota d’anima e di buon senso. Ecco perché ci persuade, con la sua sobria e tuttavia eloquente misura di verità. La visione contemplativa di Mario Jannitti, una trascrizione limpida, tutta cose, ma ad un tempo interiorizzata senza sforzo, vigile nel registro formale e quanto agli esiti unitari dall’impronta su stilistica, ma coordinata insieme, come oggi raramente avviene in quest’epoca di sterile agnosticismo, ad un ostinato amore di poesia. Nei paesaggi di Jannitti, in cui sembra riemergere il Timbro mediotonale di un Bartoli o certo taglio compositivo e la castigata vibrazione di gamma di un Dunoyer de Segonza, gli schemi ripetitivi cedono iI passo ad una sorta di memoria che appartiene alle stagioni della coscienza e tale privilegio, che è solo del vero artista, è tanto più disponibile all’approdo estetico quanto più il pittore rimane fedele, con artigianale pazienza, ai suggerimenti del mestiere. Per questo l’immagine e ad un tempo libera e rigorosa rappresenti delle Colline Laziali, una Radura nel bosco, una strada e grande albero, uno scorcio fluviale, questo o quest’altra Fontana. Dappertutto circola un respiro, una tenerezza affabulante. Le forme migrano senza peso, ma senza nulla perdere della loro pungente allusività, dalla occasione sensoria ad un vagheggiamento onirico, venato di stupori esistenziali. Ma la sintassi che le accompagna in questa indefinibile insistente trasposizione e di una assoluta correttezza la grafia d’impianto, le prospettive, l’impaginazione d’insieme, i nessi cromatici e la qualità stessa degli impasti, in cui domina il bigio cilestrino e l’ocra viridata, non presentano smagliature. Certo, Il racconto lirico di Jannitti un racconto -aperto- ma il rifiuto dalla clandestinità programmata è -tutt’altro che semplicismo o testimonianza di ovvietà. Tutto quello che sussiste in questi dipinti di dolce e di elegiaco (la notazione d’abbrivio dell’idillio è in effetti, più che contraddetta, superata da una sottile inquietudine, a mezz’arie tra estasi e sgomento), tutto quello che vi affiora di trasalito e di interrogante, è senza dubbio ipotesi di mistero una consistenza non semplice, dunque, sulla effimera vicenda delle spoglie. Debbo confessare che, da studioso d’arte, mi interessano i risultati, e non le intenzioni. Ebbene Mario Jannitti è pervenuto, così, senza clamori, col suo canto a mezza voce, con la sua misura riluttante alle catalogazioni ufficiali, ad una esemplare ed incisiva autonomia il suo temperamento lo ha portato ad opporsi ai paradigmi di tutti gli equivoci accampati sulla lezione berensoniana ma ancor più a non temere l’accusa di conformismo visualista, sapendo che non c’è rivelazione senza dialogo e che la realtà può universalizzarsi, nell’opera d’arte, solo se rivissuta in profondità nei silenzi dello spirito. Perciò ci commuove, in Jannitti l’inserto della figura in una strada solitaria, un paesino acquartierato su una sella montuosa, un mattutino georgico immerso nella luce di primavera. Si avverte che il pittore è a tu per tu con una epifania di bellezza, ma ne vuole intendere, di là degli accadimenti provvisori, il volto segreto, il significato ultimo. E’ stato sottolineato, da ltalo Carlo Sesti questo “Viaggio a ritroso In tempi lontani, in aree di distanti ricordi, in sentieri di quasi dimenticate nostalgie”. Vorrei aggiungere che, in fondo, questa di Jannitti è una nostalgia di tipo gnoseologico, con ciò non voglio accreditare, per carità, una intonazione speculativa, teorizzante dell’attività di questo artista schivo e sincero, ma solo il contributo indiretto che egli dà alla conoscenza come tutti i poeti, nel momento stesso in cui sembra eludere, col suo musicale fantasticare, i termini concreti dell’analogia. E’ iI modo migliore, l’unico, iI più fresco ed il più alto, per evitare la consuzione di tutte le mode senza domani.